18set/17

I ns percorsi di degustazione al Green City Milano

green-city-milano-foodwalkingtour-300x150All’interno di Green City, che si terrà a Milano dal 22 al 24 settembre con 500 iniziative sparse nella città, anche FOODINSIDER s’inserisce nel folto programma di eventi organizzati da associazioni e cittadini. Il piacere del gusto sarà il cuore dell’offerta dei 3 foodwalkingtour che organizziamo. Si tratta di percorsi di degustazione per un piccolo gruppo di persone, tra le eccellenze del cibo in una zona molto caratteristica del Municipio 1.
I tre foodwalkingtour, sono un’occasione unica e rara per entrare in contatto e apprezzare realtà uniche di Milano che offrono il meglio della cultura enogastronomica italiana.

Per partecipare ai foodwalkingtour è necessario inviare email a info@foodinsider.it per chiedere conferma della disponibilità di posti per i tre percorsi in programma che si tengono:

  • il 22 settembre ore 12.20 incontro all’angolo tra Arco della Pace e Via Cagnola. Si parte con la degustazione di uno dei menu scolastici migliori d’Italia e si finisce nella più antica erboristeria di Milano.
  • il 22 settembre ore 17.20 incontro all’angolo tra Paolo Sarpi e Via Niccolini. Si parte con una degustazione di vino prodotto con tecniche sostenibili e si conclude con una delle pasticcerie più raffinate di Milano.
  • il 23 settembre ore 17.20 incontro all’angolo tra Paolo Sarpi e Via Albertini. E’ il tour più Green perché comprende una degustazione di fiori edibili, ma anche aperitivo etnico, tisane della salute e prodotti biologici.

I  percorsi di degustazione rientrano nella nostra ‘mission’ che mira alla valorizzazione e promozione di best practice e modelli sostenibili replicabili in altre realtà. Green City Milano è la cornice migliore all’interno della quale il ‘green’ si declina nella sostenibilità delle produzioni enogastronomiche. Un’occasione importante per dimostrare che investire nella qualità, ma anche nei processi di produzione sostenibili o in proposte che sottintendono percorsi di educazione alimentare o integrazione sociale consente di generare e ottenere valore.

Educazione, gusto e sostenibilità sono tre aspetti che nelle realtà oggetto del percorso di degustazione dimostrano di incidere sul territorio, lasciando un segno nella cultura e nel tessuto sociale dell’area di riferimento e, al contempo, riscuotere successo imprenditoriale.

I percorsi di degustazione sono gratuiti e sono possibili grazie alla disponibilità dei ristoratori, chef o delle aziende che mettono a disposizione i propri prodotti, spazi e tempo per questa speciale occasione di Green City attraverso la quale vogliamo  promuovere le loro eccellenze.

Per maggiori informazioni www.foodwalkingtour.it

16set/17

Buone notizie sul cibo

Pasta di grani antichi Il governo italiano ha reso, da poco, obbligatorio inserire nell’etichetta dei prodotti l’indicazione della provenienza del grano. Non si trova ancora in tutte le confezioni perché c’è qualche mese di tempo per adempiere ai nuovi obblighi e smaltire i prodotti con le ‘vecchie’ etichette. Questo permetterà al consumatore di sapere se il grano utilizzato per la pasta viene anche dal Canada o paesi dell’Est, oppure è tutto grano italiano.

Obbligo di indicare nelle etichette la provenienza della materia prima, il latte, anche per tutti i prodotti della filiera lattiero casearia realizzati in Italia, quindi anche yogurt, burro e formaggi. La legge è stata firmata dai Ministri delle Politiche Agricole Maurizio Martina e dello Sviluppo Economico Carlo Calendario.

Nasce l’uovo vegetale, uguale alla vista e all’olfatto a quello originale, ma prodotto in laboratorio. Si tratta un brevetto realizzato da quattro studentesse dell’Università di Udine che hanno messo a punto un prodotto realizzato con ingredienti vegetali: farine di legumi, oli vegetali, un gelitificante e un sale particolare. L’uovo vegetale inizierà, a breve, l’iter di presentazione alle aziende che intendono commercializzarlo. Il target è facile da immaginare: le persone che scelgono una dieta vegana oltre a coloro che soffrono di ipercolesterolemia e celiachia essendo privo di colesterolo e glutine.

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Al Sana di Bologna, la fiera del biologico e del mangiar sano, tante le novità presentate: molti formaggi vegetali, bevande fermentate, verdura e frutta essiccata o disidratata da utilizzare in preparati pronti da mettere in padella, gelati al miele, burro al limone, poi alghe e spirulina come nuovi ingrediente ma i grandi protagonisti sono stati i legumi. Legumi in tutte le salse, dalle paste agli snack, ai biscotti, dolci, fino agli affetti ai piselli o lenticchie. Il prossimo anno il testimone passerà ai grani antichi, ingrediente che ha appena fatto capolino sul mercato, ma che sembra sollecitare molto interesse tra i consumatori attenti alla qualità.

12set/17

Come cambia la mensa: le novità

mensa_scolasticaL’anno scolastico inizia con una buona notizia: il Ministro Martina ha parlato di mense scolastiche biologiche certificate e di promozione della cultura del mangiar sano tra gli alunni e le loro famiglie. Lo ha fatto in occasione del Sana di Bologna, la principale fiera sul biologico in Italia, dove il Ministro è intervenuto a sostegno della sicurezza e sostenibilità dei prodotti agricoli nazionali. Bene quindi sapere che c’è un testo unico sul biologico che sta seguendo un iter di approvazione al Senato e che  include anche garanzie di qualità per i prodotti bio in mensa.

Tra le news più battute con l’avvio della scuola tiene ancora banco la dialettica sul pasto da casa.

A Firenze la vicesindaca Giachi ha scelto di aprire il servizio di refezione scoastica ad una gestione mista: i bambini con pasto da casa e i bambini della mensa mangiano assieme, nello stesso tavolo, con un po’ più di attenzione da parte dei docenti per evitare che avvengano scambi di alimenti, come spesso avviene per la merenda dell’intervallo. L’unico vincolo che ha posto l’Amministrazione fiorentina è che chi vuole chiedere l’esenzione al servizio mensa lo può fare in qualsiasi momento, ‘ma una volta fatta richiesta questa varrà per tutto l’anno’. Quindi non si torna indietro.

A Torino le famiglie che richiedono il pasto da casa sembra siano in aumento, in alcune scuole sono passate addirittura dal 60% al 90%. Alcune istituti scolastici si sono organizzati per gestire la doppia opzione, mensa o pasto da casa, altri hanno trovato formule economiche per disincentivare la richiesta del pasto da casa. E’ il caso di una scuola media che chiede alle famiglie che scelgono il pasto da casa un onere economico maggiore in fase di iscrizione rispetto a coloro che mantengono la mensa scolastica: € 1,50 contro € 1 al giorno per chi aderisce alla servizio di refezione scolastica. Il ‘Comitato contro il caro mensa’, rappresentato dall’avvocato Giorgio Vecchione ritiene questo balzello ‘una discriminazione inaccettabile’.

A Terni situazione incerta per la mensa:  il Tar ha bloccato l’appalto sospendendo l’aggiudicazione alla Gemos. Parte comunque il servizio ma senza la procedura di assegnazione definitiva, che è stata congelata. Tutto rimandato a causa del ricorso presentato dalla All Foods, la seconda classificata nella graduatoria, che si è opposta alla scelta della commissione aggiudicatrice del Comune di Terni.
Ma la situazione a Terni è più complessa a causa dell’inchiesta Spada, che sta ancora indagando sulla precedente gestione della mensa scolastica proprio ad opera della All Foods.

A Roma questo sarà l’ultimo anno dell’autogestione del servizio mensa da parte delle scuole che hanno scelto questa opportunità, poi tutto verrà centralizzato. La mensa gestita direttamente dalla scuola ha permesso agli istituti scolastici che ne facevano richiesta di gestire in autonomia la gara d’appalto (seguendo quanto indicato nel Capitolato Speciale d’Appalto di Roma Capitale) e affidare il servizio alla ditta che risultava aggiudicataria della gara.
Si tratta di un’alternativa alla gestione diretta del Comune, che ha consentito ad alcune scuole ‘virtuose’ di autofinanziarsi raccogliendo fondi poi destinati alla manutenzione della scuola o a progetti educativi. Il modello è semplice: la famiglia paga il forfait del servizio annuale e la scuola si trattiene le quote pasto relative al servizio non erogato in caso di assenza dello studente. Un tesoretto che ha permesso alle scuole ‘efficienti’ di fare progetti didattici e iniziative che ora non saranno più possibili.

I Comuni di Castel Maggiore, Castello d’Argile, Pieve di Cento e Argelato.(Bologna) hanno revocato  l’aggiudicazione dell’appalto all’azienda francese Elior. Dopo un anno convulso fatto di scioperi e molti disservizi a causa del rapporto conflittuale tra il personale e la gestione aziendale, le Amministrazioni comunali hanno deciso di sciogliere il contratto in essere (del valore di 30 milioni circa) che è passato ad  un gruppo di aziende (Camst, Cir food e Dussman service) giunte seconde alla gara d’appalto. Si tratta di un caso emblematico dove l’Amministrazione ha voluto cambiare rotta, a fronte di una situazione conflittuale insanabile, per garantire un servizio migliore durante questo anno scolastico.

I costi del pasto della mensa salgono a Grosseto fino a toccare i 7 euro mentre scendono ad Avezzano in provincia di L’Aquila dove il Comune ha deciso di ridurre di 50 centesimi il costo del pasto, arrivando a definire una tariffa massima di € 3,48 a pasto con un risparmio di circa 100 euro a famiglia. Non solo. La soglia di reddito per l’esonero dal pagamento del servizio è passata da 5.000 a 6mila euro per sostenere le famiglie più in difficoltà.

Che la realtà della mensa scolastica italiana sia alquanto eterogenea ce lo  conferma il rapporto di Save the Children di quest’anno. Mentre alcuni Comuni al nord rifiutano la mensa perché economicamente insostenibile e qualitativamente inaccettabile, al sud avere la mensa è un privilegio. I dati del rapporto (NON) tutti in mensa 2017 restituiscono percentuali di alunni che non usufruiscono della mensa impensabili: in Sicilia sono l’80,04%, in Puglia il 73,10%, in Molise il 69,34%, in Campania il 64,58% e in Calabria il 63,11%.

Secondo i dati raccolti da Save the children poco meno della metà degli alunni iscritti alle primarie non hanno accesso alla mensa scolastica, un valore correlato alla dispersione scolastica: proprio nei territori dove il tempo pieno e la mensa sono carenti, è più frequente l’abbandono scolastico.

L’obiettivo del rapporto è proprio quello di promuovere un dibattito costruttivo nella società e nelle istituzioni, per ripristinare mense di qualità là dove il gusto della mensa si è perso e  rendere il servizio di refezione scolastica accessibilea tutti i minori a partire da quelli in condizioni di povertà, anche in un’ottica di contrasto alla dispersione scolastica e di inclusione sociale’.

Obiettivi che da anni persegue Foodinsider con l’attività editoriale e attraverso il Rating dei menu scolastici.

08set/17

Si ricomincia!

bimbo cascoRicomincia la scuola e con essa tutte le sue contraddizioni. Quest’anno il tema è la sicurezza. Sicurezza sanitaria che impone i vaccini per legge, (fa niente se poi la scuola non è antisismica) e sicurezza alimentare. Su questo argomento si spenderanno fiumi di inchiostro per giustificate l’obbligo della mensa da difendere dall’invadente pasto da casa.
Si vedranno i paladini della dieta mediterranea sostenere la qualità e la sicurezza del servizio di refezione scolastica, a dispetto di qualsiasi soluzione casalinga che non sa neanche cosa siano i protocolli HCCP. Fa niente se le uova sono al fitpronil, la carne dei polpettoni è irriconoscibile, il tonno è al mercurio e la verdura in busta viene dall’altro capo del mondo, tanto quasi nessuno controlla se le forniture delle materie prime della mensa corrispondono a quelle del capitolato.

Ci saranno  bambini che giureranno di non aver mangiato nulla in mensa per abbuffarsi di merendine all’uscita e poi rifiuteranno la pietanza di casa sostenendo che quella della mensa è più buona. Insegnanti che lavoreranno per l’inclusione e il rispetto della diversità della dieta o del pasto a scuola, e quelli che penseranno che l’educazione alimentare è mangiare tutti la stessa sana minestra della scuola, mentre le patatine e le merendine dell’intervallo non sono oggetto di discussione.
Le ASL (USL o ATS che dir si voglia), sollecitate dai Comuni, sottoscriveranno che ‘il pasto da casa non è igienico’ ma lo diventerà quando i presidi lo richiederanno causa sciopero del servizio mensa sciopera. Fornitori che si faranno belli lanciando progetti innovativi anti-spreco e poi rifileranno le solite polpette che da anni finiscono in pattumiera perché sgradite agli studenti.
La scuola che educa alla buona e sana alimentazione e mette i distributori automatici di Coca-Cola e snack ipercalorici per verificare sul campo che i ragazzi abbiano capito la lezione.
Istituzioni scolastiche in balia di Comuni e i fornitori che vogliono la mensa obbligatoria per legge e Amministrazioni che troveranno deroghe al decreto per non perdere consensi tra i propri cittadini-elettori.
Infine ci saranno i genitori, eterni nemici, quelli che ‘a scuola non ci sono abbastanza verdure e legumi‘ contro quelli che ‘guai a togliere l’hamburger e patatine’

Tutto e il contrario di tutto all’insegna della ‘sicurezza’.

In questo marasma ci sono anche realtà silenziose, come quella di Cremona che da anni lavora per la salute dei bimbi e l’educazione alimentare, che metteranno d’accordo i genitori che preferiscono una dieta più vicina alle indicazioni del Codice Europeo Anticancro rispetto a quella standard (già molto equilibrata): proporranno la scelta tra due tipologie di menù, uno più salutista, e uno in linea con le Raccomandazioni dell’OMS, oltre, ovviamente, alle diete. Un nuovo approccio che rispetta la diversità nel porsi di fronte al cibo mantenendo equilibrio e qualità nei menù. Un modo intelligente per dialogare, evitare conflitti e aprire a nuove prospettive di dieta senza imposizioni.

07set/17

Terni: dall’inchiesta ‘Spada’ al ricorso al Tar

indagine SpadaRiceviamo e pubblichiamo alcuni estratti del comunicato dal CoSec (Comitato dei genitori ‘Comitato Servizi Educativi’) che spiega cosa succede a Terni in relazione alle mense scolastiche.

A Terni, le mense scolastiche sono sotto inchiesta. Inchiesta che va ad integrarsi con quella complessiva, denominata “Operazione Spada”, sugli appalti affidati dal Comune di Terni in tutta una serie di ambiti e che ha portato il sindaco Leopoldo Di Girolamo, agli arresti domiciliari.
La misura cautelare è stata motivata dal rischio di iterazione del reato. La misura è presa il 2 maggio e revocata il 23 maggio 2017)
A metà luglio, la Guardia di finanza e gli agenti della squadra Mobile di Terni, hanno sequestrato documenti, supporti informatici e telefonini presso gli uffici del Comune di Terni, e nella sede ternana dell’azienda AllFoods Srl. I reati ipotizzati dagli inquirenti sono di ‘turbata libertà degli incanti’ e ‘turbata libertà del procedimento di scelta del contraente’.
Nel fascicolo sarebbero finite le proroghe, disposte dal Comune, dell’appalto per la gestione della refezione scolastica.

Nel frattempo, la nuova gara d’appalto finisce sotto la lente dell’ANAC, che vuole fare luce sui tempi di pubblicazione del bando e sulle mancate sanzioni imposte al gestore del servizio nei casi di non conformità riscontrati e denunciati dai genitori.

Nonostante l’inchiesta aperta dalla magistratura sul tema, l’intervento dell’ANAC e le meno autorevoli, ma numerose ed incisive, richieste da parte del Co.SEC (Comitato [dei genitori] Servizi Educativi), di sospendere l’aggiudicazione della gara d’appalto, la dirigenza comunale ha proseguito verso l’assegnazione provvisoria, di oltre 20.000.000 di euro per la concessione del servizio nei prossimi sette anni.
Le inchieste non hanno fatto altro che rafforzare i dubbi del comitato di genitori, sulla legittimità della procedura stessa e del bando, che, nei suoi contenuti e nella forma del meccanismo di concessione, non rappresenta l’adeguata tutela in ordine alla qualità, ai controlli ed alle tariffe, a cui l’utenza avrebbe diritto.
È risultata aggiudicataria la cooperativa GEMOS, nonostante non sia in possesso del famigerato requisito inserito nel capitolato per cui «Il Concessionario, all’avvio del Servizio di Ristorazione Scolastica dovrà possedere o avere la disponibilità di un autonomo centro di cottura/Centro di Produzione pasti con capacità di produzione adeguata all’entità della presente Concessione, dedicato in modo esclusivo alla ristorazione collettiva, ubicato ad una distanza tale da consentire un tempo di consegna dei pasti non superiore a 45 minuti».
La GEMOS non avrebbe avanzato alcuna proposta di ‘collaborazione’ alla AllFoods,  che gestiva il servizio in precedenza e controllante al 100% della Eutourist New, società di Orbassano, risultata seconda aggiudicataria.
Ricordiamo come, da capitolato, «qualora si rendesse necessario ricorrere alla sostituzione del Concessionario, in caso di decadenza o revoca della concessione o di rinuncia all’aggiudicazione l’A.C. si riserva di aggiudicare la Concessione al concorrente classificatosi secondo nella graduatoria».

Il Co. Sec si chiede come sia possibile che una ditta di rilievo nazionale come la Gemos, risultante vincitrice provvisoria già dal mese di luglio, non sia ancora in grado di dimostrare l’effettiva disponibilità, fin dal 13 settembre, di un idoneo centro di cottura. Sempre secondo il comitato, ancora più strana è la fretta con cui la dirigente ha confermato tale scelta, vista pur la vicinanza dell’avvio dell’anno scolastico, senza che fossero completate le dovute verifiche e senza sincerarsi dell’avvio dei relativi lavori per il rispetto delle prescrizioni imposte dal bando, proprio sul centro di cottura. Sembrerebbe quasi che si siano volute creare maggiori difficoltà possibili al passaggio di gestione, procurando una crisi artificiale del servizio e rimettendo in discussione la decisione presa.

Il 5 settembre scorso Eutourist di Orbassano, seconda classificata nel bando, ha proceduto al ricorso presso il tribunale amministrativo regionale. Con un pronunciamento immediato, i giudici amministrativi hanno stabilito che Gemos, dovrà avviare il servizio, ma l’assegnazione definitiva dell’appalto è sospesa, in quanto la procedura di affidamento deve essere totalmente rivista
In realtà la Gemos ha già avviato la sua attività, in quanto da capitolato è prevista la fornitura dei pasti crudi per i nidi comunali, che hanno aperto lunedì 4 settembre. 
Di queste ultime ore, l’ennesima denuncia del Co. SEC sulla condizione dei lavoratori che verranno assorbiti da Gemos a causa del passaggio di appalto. 
Quest’ultima infatti procederà con modifiche sostanziali al rapporto di lavoro per cui i lavoratori vedrebbero ridursi considerevolmente il proprio monte ore con relativi importanti tagli delle retribuzioni.
Gemos dichiara: «I rappresentanti delle organizzazioni sindacali, le aziende uscenti dall’appalto e Gemos hanno firmato un accordo condiviso al fine di definire le questioni relative al cambio di gestione del servizio di ristorazione scolastica del Comune di Terni. Tale verbale di accordo è stato sottoscritto in conformità a quanto previsto dai contratti in essere tra la cooperazione sociale ed il Ccnl del Turismo e Pubblico esercizio relativo al servizio di refezione scolastica oggetto dell’appalto».
Il Co.sec, in questo clima di incertezza a pochi giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico, si domanda quale sarà il destino per l’utenza, se verrà garantito il servizio, quali garanzie ci sono per i figli di chi ha morosità pregresse e perché non viene applicata la rimodulazione delle fasce Isee a favore delle famiglie in difficoltà?

Il possesso di un centro di cottura collocato entro 20 km dal centro della città (requisito vincolante inserito in tutti i capitolati succedutisi negli ultimi bandi) è stata una discriminante che ha permesso che la AllFoods si aggiudicasse la gestione del servizio di refezione a mani basse. Solo dopo cocenti proteste e a seguito dell’avvio delle indagini da parte della magistratura, il Comune ha modificato tale preclusione, garantendo una plurale partecipazione.

Il Comitato, da tempo, ha avviato una seria riflessione sul tema del PASTO DA CASA, che, stante la situazione di debacle attuale, sembra stia diventando l’unica alternativa per non rischiare di subire gravissimi disservizi.

21ago/17

DDL 2037 mense scolastiche: un’occasione persa

mensa_scolastica_capitolato_cucine_controlliAncora un’estate calda per la mensa scolastica. Nel giugno dello scorso anno la sentenza della Corte di Appello di Torino ha affermato il diritto al pasto da casa in alternativa al servizio di refezione, diritto confermato da successive ordinanze che si sono susseguite a posteriori in diverse città d’Italia. Con l’avvio dell’anno scolastico 2016/17 è iniziato un progressivo esodo dalla mensa scolastica da parte di un’utenza che ha preferito rifugiarsi nel ‘panino’ piuttosto che consumare un pasto costoso e indigesto. Eppure, in parallelo all’esodo, sono stati registrati alcuni timidi segnali di cambiamento in termini di qualità e costo. L’effetto del pasto da casa si è dimostrato, in alcuni casi, più efficace degli scioperi del panino ingaggiati dai genitori per contestare costi insostenibili di una mensa poco gradita.
A Bergamo è migliorata la qualità del menu, passato dal 13° posto al 6° nel Rating ed è stato ridotto il costo pasto (per chi dichiara Isee basso), due aspetti che hanno determinato un aumento degli iscritti al servizio mensa; ad Imperia e ad Aosta sono state ridotte le tariffe, a Milano è stata introdotta la pasta biologica, a Perugia il nuovo appalto condiviso con i genitori ha innalzato la qualità delle materie prime senza ricadute sul costo pasto, a Lamporecchio (provincia di Pistoia) la mensa è stata internalizzata consentendo una riduzione della tariffa del 30%.
E’ l’avvio di un nuovo trend, in controtendenza rispetto al processo di declino della mensa che è andato a braccetto, per anni, con l’aumento delle tariffe. La concorrenza dei genitori con il pasto da casa rappresenta una grave minaccia per fornitori e per i Comuni: da una parte le Amministrazioni rischiano di non poter onorare i contratti con i fornitori i quali, a loro volta, rischiano di vedere erosi i propri margini.
Il DDL 2037 sulle mense scolastiche, in discussione presso la Commissione 9, s’inserisce in questo contesto e introduce disposizioni che sembrano andare in soccorso del mercato e dei Comuni.
A luglio viene aggiunto al testo del decreto un emendamento
 al comma 1 dell’art. 5 del DDL  2037 che recita: “I servizi di ristorazione scolastica sono parte integrante delle attività formative ed educative erogate dalle istituzioni scolastiche”, che trasforma la mensa scolastica in servizio obbligatorio.
Ad agosto viene pubblicato su Ilfattoquotidiano un articolo che rileva il ‘copia e incolla‘ di alcuni testi del DDL attinti dal documento di Angem, la lobby delle aziende di ristorazione collettiva. Lo scoop alimenta il sospetto che questo decreto serva più per tutelare gli interessi delle aziende di ristorazione scolastica piuttosto che la salute dei bambini e la qualità dei pasti.
I genitori del movimento ‘Caro mensa Torino‘, che sostengono il diritto al pasto da casa, insorgono e propongono alcuni emendamenti per disciplinare la coesistenza del pasto domestico con il servizio di ristorazione scolastica all’interno del refettorio.

Per fare chiarezza sul fronte giuridico, interviene l’avv. Cinzia Olivieri, legale esperto di tematiche riguardanti la scuola, la quale pubblica due articoli su Orizzontescuola e su Educazione&scuola che mettono in evidenza alcune incongruenze nel decreto.

Il primo aspetto che ‘appare singolare’ secondo l’avvocato Olivieri è che ‘un servizio [la mensa scolastica] avente ad oggetto “l’attività di approvvigionamento, preparazione, conservazione, distribuzione e somministrazione di pasti, definita da un contratto stipulato tra il fornitore del servizio e un soggetto privato o una pubblica amministrazione in qualità di committenti” (art. 2 comma 1 lett. a)) assurga a “parte integrante” di attività formative ed educative, giacché sarebbero da esplicitare i profili pedagogici di un appalto di servizi a pagamento.’

Il percorso logico e giuridico che ripercorre l’avvocato Olivieri riprende alcuni aspetti legali che disciplinano il tempo scuola, e con esso la mensa scolastica, evidenziando alcuni punti cardine:

  1. il Dlgs 59/04, stabilisce che le “Attività educative e didattiche” nella scuola primaria e secondaria di primo grado, sono gratuite.
  2. Il tempo mensa dunque è tempo scuola “eventualmente” occorrente “per garantire lo svolgimento delle attività educative e didattiche
  3. ‘[…] non può che desumersi che un servizio mensa obbligatorio, […],dovrebbe essere gratuito, al pari degli altri segmenti del tempo scuola.
  4. ‘Tanto però non risulta previsto dal ddl 2037. Anzi è stato presentato un emendamento con cui si “impegna il Governo: a porre in essere, nell’ambito delle proprie competenze, appositi atti al fine di prevedere che il costo del pasto a carico dell’utente del servizio di ristorazione non sia superiore ai 5 euro”.’

Quindi, da una parte il decreto stabilisce l’obbligatorietà della mensa che, di conseguenza, dovrebbe diventare un servizio gratuito, al pari degli altri segmenti del tempo scuola, dall’altra, invece, stabilisce un tetto di costo pari 5 euro. L’intento è quello di rendere più omogeneo il costo pasto in tutte le regioni d’Italia, ma in realtà introduce il rischio di un aumento delle tariffe in quei Comuni come, ad esempio, Roma e Milano dove i genitori pagano, al massimo, 4 euro.

Il decreto è molto concentrato a sollecitare azioni per ridurre gli sprechi quantificati in 87.000 tonnellate che il testo di legge riferisce ‘ad una errata impostazione dei menu previsti nei capitolati d’appalto sia in termini quantitativi, sia in termini di gradimento‘. Il testo di legge ammette lo scarso apprezzamento dei piatti nelle mense scolastiche, ma non esplicita le ragioni di fondo. Non si fa cenno alla progressiva chiusura delle cucine interne alle scuole, ai cibi precotti, ai processi industriali per la preparazione dei pasti veicolati che hanno sancito la morte del gusto. Si prendono di riferimento i documenti di Angem dove si parla di un settore dove ci sono 51.000 occupati, ma ci si dimentica dei 10.000 posti persi negli ultimi 15 anni per costruire un sistema di mensa industriale dove non si elaborano più ricette, ma si privilegia il cibo ‘scarta, scalda, trasporta e servi’. Mentre il Green Public Procurement difende la cucina di prossimità per ‘salvaguardare le caratteristiche nutrizionali e organolettiche dei pasti’ ed evitare il ‘cibo morto’ delle cucine industriali, nel DDL 2037 s’introduce un ‘indice di particolare rilievoper le scuole dell’infanzia e primaria costituito dall’impiego di ‘appositi locali attrezzati all’interno di strutture scolastiche per la preparazione dei pasti in loco. Indice che, però, non viene inserito nei criteri di qualità premianti nella selezione dell’offerta in sede di gara.
Tra i criteri dell’appalto il decreto cerca un buon equilibrio tra offerta più vantaggiosa e qualità. Vengono inseriti parametri qualitativi che mirano alla valorizzazione degli alimenti a filiera corta, dei prodotti biologici e a basso impatto ambientale. Il decreto non entra, pero’, nel merito dei sistemi di controllo degli approvvigionamenti che rappresentano l’anello debole del servizio di ristorazione scolastica. Dopo che l’inchiesta dei Nas ha evidenziato che una mensa su quattro ‘non è conforme’, rilevando principalmente il reato di ‘frode in pubbliche forniture’ ci si aspettava un capitolo intero su sistemi efficaci e indipendenti di controllo delle forniture, con tanto di impianto sanzionatorio. Vincere un appalto con punteggi che premiano l’offerta di 100% biologico a filiera corta e poi non avere sistemi di controllo che verifichino che la fornitura, invece, non sia di prodotti convenzionali provenienti dall’estero, non dà reali garanzie di miglioramento della qualità delle materie prime. Questa disattenzione verso forme di controllo si era già notata con la tardiva introduzione delle commissioni mensa, inserite con un emendamento che parla genericamente di ‘monitoraggio del servizio’. Non viene specificato il ruolo delle commissioni mensa (genitori e docenti) che invece si è dimostrato essere determinante nelle realtà che funzionano, come Perugia, dove i genitori hanno preso parte nella definizione dei capitolati, così come nella scelta dei fornitori e dove la mensa coniuga qualità (80% biologico, cucine sul territorio) e costi accessibili a tutti (2.50 euro).

Il decreto sembra essere un’occasione persa per migliorare la mensa e renderla appetibile lavorando su quegli aspetti che hanno determinato il suo declino: cucine industriali, gare al ribasso e assenza di controlli. Sulle cucine non sono stati inseriti criteri che ne definiscono la dimensione (numero dei pasti per cucina al giorno) e la distanza dalle scuole, parametri che in sede di gara potrebbero premiare fornitori che adottano cucine a dimensione tradizionale ed in posizione di prossimità, rispetto ad altri che concentrano la produzione in poche cucine industriali. Sui criteri premianti la qualità un miglioramento c’è ed è apprezzabile, ma in assenza di regole chiare che impongano sistemi di controllo efficaci, rischiano di essere insufficiente. Nelle mense scolastiche italiane l’esperienza insegna che ‘la qualità è nulla senza controllo’.

Carenze dovute ad un’assenza di competenza del legislatore o volutamente dimenticate? Per l’avvocato Olivieri la risposta risiede nel vero obiettivo del decreto che non è quello di rendere la mensa migliore, appetibile, accessibile e quindi ambita dall’utenza, ma ‘negare il diritto di scelta al pasto domestico’ rendendola obbligatoria.

La percezione che il decreto sia stato scritto da chi vuole tutelare gli interessi del mercato si coglie non solo nel testo, o nei copia e incolla, ma anche, e soprattutto, nella carenza di quelle regole che potrebbero incidere nel garantire la qualità dei cibi offerti in mensa, il consumo e il gradimento dei piatti e, di conseguenza, la riduzione naturale degli sprechi.

16ago/17

Uova contaminate, allerta anche per le mense scolastiche

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L’Italia non è indenne dalla contaminazione di uova con fitpronil. Uova contaminate sono state individuate in Campania, a Benevento e a Santa Anastasia, nelle Marche, in provincia di Ancona, nel Lazio dove è risultato “positivo” ai controlli un laboratorio artigianale di pasta e in Lombardia, a Milano, dove è stata scoperta una partita di prodotti realizzati con derivati contaminati olandesi. L’agente contaminante è  il fipronil un insetticida, vietato negli allevamenti di animali destinati all’alimentazione umana.
Questo quanto rilevato ad oggi dopo l’avvio di un piano di controllo straordinario da parte del Ministero per analizzare uova  e ovoprodotti a rischio contaminazione, insieme a campionamenti casuali della carne di pollo e di prodotti a base di uova, come maionese e pasta fresca all’uovo.
Analisi necessarie perché nel nostro Paese, secondo un’analisi di Coldiretti, sono arrivati 610mila chili di uova in guscio dai Paesi Bassi  nei primi 5 mesi dell’anno, e più 648mila chili di derivati come uova sgusciate, tuorli freschi, uova pastorizzate. Ma a quanto pare non è solo una questione di importazione, ma anche di produzione italiana di uova con fitpronil.
Concreto quindi è il rischio di ritrovare l’insetticida sotto accusa, non solo nelle uova ma anche in paste all’uovo, maionese, biscotti, torte industriali e dolci. A rischio anche le frittate delle mense scolastiche dove si utilizzano esclusivamente uova pastorizzate anch’esse oggetto di controlli da parte delle istituzioni competenti.

A Bologna i genitori dell’Osservatorio mense scolastiche hanno inviato richiesta di chiarimenti al gestore del servizio di refezione scolastica e al Comune chiedendo l’integrazione di un piano di controllo, con analisi a campione mirate a rilevare insetticidi come il fitpronil

Come difendersi? La risposta più semplice è quella di privilegiare la scelta di uova biologiche a filiera corta e investire un po’ di più per la qualità del cibo.
L’allarme innescato dalle uova contaminate è l’occasione per cambiare approccio verso il cibo: non scegliere sempre e solo il alimenti in offerta, ma prima informarsi, leggere le etichette, imparare a decifrarle e scegliere in base al giusto equilibrio fra costo e qualità. Il consumo consapevole  è la migliore arma che abbiamo per difenderci dalle frodi alimentari. Conoscere la qualità e l’origine dei cibi, variare la propria alimentazione sono aspetti  importanti per tutelare la nostra salute. E’ necessario prestare attenzione anche alla qualità delle materie prime offerte nella mensa scolastica dei nostri figli chiedendo, come hanno fatto i genitori di Bologna, garanzie al fornitore e all’Amministrazione della messa in atto di tutte le misure necessarie per garantire la qualità delle uova e di tutti i prodotti derivati (ravioli, tagliatelle, lasagne, frittate, torte, ecc.).
La speranza è che l’aiuto al consumatore arrivi da un’informazione trasparente, dalla certificazione dei prodotti biologici, dai controlli e dalle analisi assidue e costanti negli alimenti a rischio e NON dall’alzare i limiti il Limite Massimo dei Residui (LMR) ammessi nei cibi.

28lug/17

Mensa a impatto zero: istruzioni per l’uso


mensa sostenibile
Una ‘buona mensa’ è anche una ‘mensa sostenibile’? Un menu scolastico equilibrato, in linea con le raccomandazioni dell’OMS, è anche a ‘impatto zero’? Ci siamo posti questa domanda in occasione dello Slow Food Village di Viterbo a cui abbiamo partecipato intervenendo alla  conferenza dal titolo ”MENSA SCOLASTICA: INVERTIAMO LA ROTTA’. Abbiamo portato il confronto dei menu scolastici fatto in occasione del Rating (Classifica dei menu scolastici) rileggendo l’analisi delle diete attraverso i criteri di sostenibilità definiti nel Green Public Procurement.
Una mensa è sostenibile quando risponde alle indicazioni del Green Public Procurement che persegue questi obiettivi:

1.Efficienza e risparmio delle risorse naturali
2.Riduzione dei rifiuti prodotti
3.Riduzione dell’uso di sostanze pericolose
4.Recupero delle materie e dei prodotti

L’indicatore che rappresenta le emissioni di gas serra generate da processi e prodotti si chiama Carbon Footprint che, se declinato su un pasto, deve valutare diversi aspetti: l’utilizzo di energia per la cottura dei cibi e il presidio della catena del freddo, il consumo di acqua, la produzione dei rifiuti organici e del packaging, l’impiego dei mezzi di trasporto per i pasti veicolati. Anche la scelta delle ricette e della qualità delle materie prime determinano un diverso grado d’impatto ambientale. Più l’alimento subisce trasformazioni, più l’impatto cresce. Anche la provenienza e il grado di freschezza hanno il loro peso: un pomodoro a filiera corta ha un impatto inferiore rispetto ad un pomodoro importato dall’Olanda, o fuori stagione, cresciuto in serra.
La valutazione degli impatti viene fatta generalmente attraverso l’analisi del ciclo di vita (Life Cycle Assessment, LCA), una metodologia di quantificazione degli impatti energetici ed ambientali di un prodotto o di un servizio.
Nel nostro caso abbiamo considerato i menu scolastici attraverso alcuni indicatori di qualità: la tipologia di cucine, le materie prime adottate e l’equilibrio dei menu mettendoli a confronto con i criteri definiti nel Green Public Procurement.

Un dato che emerge dal Rating è il fatto che i migliori menu risiedono all’interno di quelle realtà che sono strutturate con più cucine distribuite sul territorio. I menu nella top ten della classifica non hanno cucine industriali (al di sopra dei 2000 pasti circa) ma si va da un minimo di una cucina per 100 pasti al giorno ad un massimo di una cucina per 1.700 pasti. Da una parte ci sono le cucine industriali che sembrano vincolare i menu a cibi in prevalenza processati, come bastoncini, crocchette, polpette, polpettoni, lasagne (piatti ad alto impatto) mentre dall’altra ci sono le cucine ‘in loco’, o ‘di prossimità’ che mantengono la capacità di elaborare ricette e riescono a limitare il processo di degrado dei pasti veicolati, cotti la mattina presto e serviti dopo ore di ristagno in contenitori, al caldo. Ma la cucina ‘in loco’ è più sostenibile rispetto alle cucine industriali? Qual è la Carbon footprint di un piatto preparato in una cucina industriale con un potenziale di 10.000 pasti da veicolare nelle decine di scuole sul territorio, rispetto a quello di una realtà che annovera una decina di cucine (da 1000 pasti l’uno) che lavorano in prossimità delle scuole? E’ una domanda a cui non si può rispondere perché è strettamente correlata alle realtà specifiche: alla qualità dei macchinari di produzione ad alta efficienza o meno, alla presenza di sistemi di produzione alimentati da energia rinnovabile e dall’ottimizzazione dell’organizzazione dei cicli di preparazione dei pasti al fine di ridurre gli impatti e le inefficienze.

Tuttavia l’indicazione del GPP è chiara e va nella direzione della ‘cucina di prossimità’ prevedendo l’assegnazione, in sede di gara d’appalto, di maggiori ‘punteggi in proporzione alla minore distanza intercorrente tra luogo di cottura e di consumo (espressa in km), per la consegna dei pasti presso le singole destinazioni in modo da ridurre al minimo i tempi di percorrenza, al fine di salvaguardare le caratteristiche nutrizionali e organolettiche dei pasti.’ 

La tipologia di cucina non condiziona solo la qualità dal punto di vista nutrizionale e organolettico dei piatti, ma anche il numero dei mezzi di trasporto (fattori di inquinamento) per veicolare i piatti nelle scuole, così come la scelta delle materie prime.  I criteri di sostenibilità indicati dal GPP si sovrappongono ai parametri qualitativi quando si parla di materie prime: alimenti biologici, a filiera corta, freschi e stagionali, IGP, DOP e STG,  rispetto a prodotti convenzionali, cibi processati e imbustati, fuori stagione, importati da regioni o Paesi lontani.

La sostenibilità di una mensa scolastica è strettamente correlata alla percentuale di prodotti biologici presenti nel menu. Il GPP stabilisce una percentuale minima di prodotti biologici all’interno dei menu (quantità espresse in percentuale riferite al peso sul totale degli alimenti). Si parla del 40% di prodotti biologici per frutta, verdure e ortaggi, legumi, cereali, pane e prodotti da forno, pasta, riso, farina, patate, polenta, pomodori e prodotti trasformati, formaggio, latte UHT, yogurt, uova, olio extravergine,  del 15% di carni bio e 20% del pesce proveniente da acquacoltura biologica.
Rispetto a queste indicazioni la realtà è molto variegata sul territorio nazionale: Comuni con quasi il 90% di prodotti biologici (Firenze, Bologna, Pisa) e altri ampiamente al di sotto delle percentuali stabilite dal GPP. Da una parte ci sono città che hanno percentuali di biologico irrisorie rispetto ad altri Comuni che, a parità di ‘tariffa pasto’, hanno una quantità di biologico molto più significativa. E’ il caso di Roma che sul biologico da anni offre circa il 70% di prodotti biologici rispetto a Milano che, con la nuova Amministrazione, sta timidamente aumentando la percentuale di prodotti bio, che per i nidi è ancora ferma al 50% (come si evince dalle tabelle merceologiche pubblicate sul sito del fornitore).

Il confronto sulla qualità delle materie prime utilizzate nei menù scolastici dei vari Comuni restituisce un panorama poco coerente con i parametri del GPP. Qualsiasi genitore può riconoscere se il menu del proprio figlio è sostenibile o meno, basta dare un occhio agli ingredienti della tabella della dieta mensile e individuare le verdure fresche di stagione, i prodotti a filiera corta, IGP, o DOP, la percentuale del biologicola frequenza di carne (uno dei fattori più inquinanti del pianeta) e dei legumi. Si tratta di alcuni facili indicatori di sostenibilità che però non sempre vengono esposti nelle tabelle dietetiche, a parte Bolzano che vince il ‘premio trasparenza’ nel Rating, oltre che ad essersi aggiudicato il secondo posto nella classifica.Bolzano
Gli imballaggi degli alimenti sono un altro fattore inquinante su cui il GPP pone attenzione: insalate in busta, patate già tagliate lavate e confezionate, carote pronte da cucinare in plastiche sottovuoto, zucchine imbustate fuori stagione, ma anche budini, yogurt o gelati tutti in contenitori di plastica. L’acqua è sempre più di frequente quella dei rubinetti, ma, spesso, si torna a quella in bottiglia quando le analisi, della fonte e dei rubinetti, restituiscono dati non conformi. Quindi ancora plastica che si somma a quella del packaging degli alimenti insieme ai piatti, bicchieri, posate e tovagliette monouso.

Il tema dei rifiuti e della relativa raccolta differenziata va a braccetto con il problema della riduzione degli sprechi e il recupero degli avanzi. Su questi aspetti la recente legge n.166/2016 ha introdotto misure per promuovere il riutilizzo dei prodotti e la preparazione dei rifiuti per il riutilizzo, un modo per innescare l’avvio di progetti virtuosi di foodsharing e di recupero degli avanzi anche all’interno delle mense scolastiche, dove la quantità di cibo scartato ha evidenziato un diffuso problema di qualità del servizio. Alcune iniziative per il recupero degli avanzi ci sono già: dalla doggy bag, per portare a casa gli avanzi, alle associazioni volontarie che recuperano il cibo avanzato in mensa per distribuirlo alle organizzazioni di sostegno alla povertà, ma anche al più semplice recupero della frutta e del pane avanzato da mangiare a merenda a scuola.

Eppure piccoli escamotage per far mangiare gli alimenti più ostici ai bimbi (come frutta e verdura) ci sono. La ricetta è semplice: spostare la frutta a merenda a metà mattina o mettere la verdura cruda di antipasto, sono piccole strategie che aiutano il consumo e riducono gli scarti.

Educare alla tutela dell’ambiente e ad un consumo consapevole è compito della scuola. Insegnare come l’alimentazione abbia un peso sul benessere proprio e dell’ambiente aiuta ad orientare le proprie scelte verso un pasto sostenibile non solo a scuola. L’orto nei cortili delle scuole, le gite nelle fattorie didattiche del territorio, laboratori di cucina, la creazione di compostiere, rappresentano il modello a cui tendere per insegnare a vivere in prima persona il ciclo di vita del cibo, rispettando la stagionalità, riconoscendo il gusto, e recuperare valore dai rifiuti

Le insegnanti giocano un ruolo importantissimo nell’educare al rispetto dell’ambiente, ma anche nella riduzione degli sprechi. L’approccio delle maestre è una discriminante per il consumo del pasto. Una maestra che educa all’assaggio, senza forzare il consumo, otterrà migliori risultati di una sua collega distratta che non si accorge della quantità di cibo scartato dai suoi alunni. Comportamenti diversi che spesso rispondono ad approcci educativi distanti tra un’insegnante e l’altra, in assenza di un indirizzo di comportamento comune definito dal PTOF.
La mensa sostenibile è frutto di sinergie che coinvolge tutti gli attori che ruotano intorno alla mensa scolastica: dal fornitore del servizio di ristorazione, alla scuola, fino alle singole insegnanti, ma il vero driver è l’Amministrazione.  E’ il Comune, infatti, che definisce la food policy per la propria città con progetti legati al cibo, all’educazione alimentare e al recupero e distribuzione degli avanzi, ma soprattutto stabilisce i criteri delle gare d’appalto del servizio di ristorazione scolastica. Sono le gare d’appalto che definiscono la qualità delle materie prime, le caratteristiche strutturali del fornitore, il modello organizzativo che sottintende l’elaborazione e distribuzione dei piatti. I Comuni possono scegliere se fare un copia e incolla della precedente gara aggiornando i criteri di selezione ai parametri dettati dal GPP, oppure cambiare pelle, cultura e approccio, cercando sinergie per disegnare una mensa sostenibile che alimenti un’economia circolare sul territorio. La sfida è aperta.

Presentazione Mensa sostenibile Viterbo 02_07_2017 Claudia Paltrinieri
18lug/17

La mensa obbligatoria per legge cambia il modello scolastico

mangi la minestra o salti il tempo pienoO mangi la minestra (mensa) o salti il tempo pieno. E’ questo il senso del nuovo decreto che mira a rendere obbligatoria la mensa per legge? Con una frase introdotta all’articolo 5 del decreto ddl 2037 si afferma che ‘i servizi di ristorazione scolastica sono parte integrante delle attività formative ed educative erogate dalle istituzioni scolastiche’. Quindi, sembra di capire, che se si sceglie il tempo prolungato (o tempo pieno) si deve mangiare a scuola pagando il servizio di ristorazione scolastica.

Questa la perplessità dell’avvocato Cinzia Olivieri che all’interno di un articolo pubblicato su Tecnicadellascuola scrive: ‘non è chiaro come un “servizio” (peraltro a pagamento, per quanto in proporzione al reddito, nella scuola dell’obbligo) identificato all’art. 2 quale “attività di approvvigionamentopreparazione, conservazione, distribuzione e somministrazione di pasti, definita da un contrattopossa finire per integrare attività di tipo formativo ed educativo. Peraltro il tempo scuola non prevede sempre e necessariamente il tempo mensa ma (solo) nelle scuole dell’infanzia, primaria e (limitatamente) nella secondaria di primo grado il servizio è attivabile “a richiesta degli interessati”. Ci si chiede quindi se si voglia giungere a condizionare la possibilità di scegliere un tempo scuola che preveda la mensa (pieno o prolungato) all’adesione al servizio.

Condizionare la didattica ad un servizio a pagamento, il cui costo può variare anche di circa 5 euro da nord a sud (Torino € 7.10 e Perugia € 2.50) metterà in difficoltà quelle famiglie che non possono permettersi questo onere economico e che di conseguenza dovranno optare per la scuola a modulo, quella che finisce prima dell’ora di pranzo. Se sarà questa la prospettiva della ristorazione scolastica possiamo ipotizzare una ricaduta sul modello di scuola da offrire ai nostri piccoli studenti, con bimbi di serie A, B e C.

I bimbi di serie B saranno quelli che si possono permettere la mensa che continuerà ad essere piuttosto onerosa e fuori controllo a causa della cronica assenza del monitoraggio del servizio da parte delle Amministrazioni.

I bambini di serie C saranno quelli che non si potranno permettere il costo mensa e quindi dovranno optare per la scuola a modulo e pomeriggi davanti alla televisione della nonna, se va bene.

Poi ci saranno i bambini di serie A quelli le cui famiglie benestanti non cederanno a questo ricatto e si organizzeranno con strutture alternative che nasceranno per offrire catering di qualità e attività sportive e didattiche pomeridiane. Un nuovo business per una élite di famiglie.

Nuovi scenari e una più ampia fetta di famiglie, quelle di serie B, che opzioneranno il tempo pieno, ma che non riusciranno a pagare il servizio di ristorazione scolastica aumentando la quota di insoluti effetto cronico delle mense di scarsa qualità con tariffe, per molti, insostenibili.

Quindi il Governo anziché affrontare i problemi della ristorazione scolastica cercando soluzioni per migliorare la qualità del servizio e renderlo accessibile a tutti, si è affrettato a renderlo obbligatorio, per buona pace delle aziende di ristorazione scolastica e dei Comuni. Non si è voluto andare a fondo delle ragioni che hanno messo in crisi la ristorazione scolastica, ma si è preferito mettere una pezza per salvare Comuni e Aziende di ristorazione collettiva dall’esodo verso il pasto da casa. Aumenti ingiustificati delle tariffe mensa, gare d’appalto al ribasso che pregiudicano la qualità degli alimenti e la drammatica assenza dei controlli a monte e a valle del servizio tanto da lasciare spesso mano libera alle frodi alimentari non sembrano essere oggetto di disciplina all’interno del decreto. Con il DDL 2037 s’interviene soprattutto per tutelare le Amministrazioni che rischiando di non riuscire più ad essere adempienti agli oneri contrattuali previsti dall’appalto mensa in essere a causa delle numerose famiglie che hanno disdetto il servizio.

In sintesi questo ddl 2037 non ha l’obiettivo di tutelare la salute dei bambini e di sostenere le famiglie utenti del servizio ma di salvaguardare gli interessi economici degli Amministratori e del mercato. Tanto più che i genitori e le commissioni mensa non sono contemplati come attori partecipi del servizio all’interno della nuova disciplina. Così sosteneva già ad ottobre anche l’avvocato Alessandra Bircolotti che sul tema si era già espressa sostenendo che il decreto ‘non fornisce alcuno strumento utile per garantire la partecipazione dei genitori, fondamentale per la qualità del servizio’ chiarendo che ‘nel DDL 2037: non possono non predisporsi strumenti di partecipazione orizzontale a monte – oltre che a valle – da parte dei genitori, che sono una componente fondamentale del servizio.

Quindi se la refezione scolastica diventa obbligatoria, senza un ruolo partecipativo per i genitori utenti del servizio cosa diventerà la mensa e come cambierà la scuola? I genitori della rete delle commissioni mensa nazionale chiedono al Governo una revisione del testo del DDL 2037 e lo fanno con un comunicato stampa indirizzato alle commissioni che stanno lavorando sul nuovo decreto in discussione.

06lug/17

Pasta straniera: dalle muffe al glifosato

Renata Alleva

Di grani e pasta si è parlato all’interno della trasmissione Petrolio andata in onda su Rai1 il 6 luglio. L’inchiesta ha affrontato questo tema da alcuni punti di vista, dalla tecnologia, con i nuovi formati di pasta realizzati con le stampanti 3D, dalla prospettiva dei produttori di grano italiano, ma soprattutto si è parlato di salute in relazione ai grani stranieri, là dove si annidano muffe e glifosato.
Il perché il grano italiano sia meglio di quello che viene importato dall’estero lo ha spiegato molto chiaramente il professor Alberto Ritieni dell’Università di Napoli Federico II. Il lungo tragitto che fa il grano per arrivare in Italia all’interno delle cisterne delle navi crea la condizione per sviluppare le muffe che poi si rilevano dalle analisi di laboratorio sotto il nome Don. L’industria non fa altro che miscelare le farine per abbassare questi valori al di sotto delle soglie ammesse dalla legge e commercializzare il prodotto, sotto forma di pasta, pane, fette biscottate o biscotti. Una pasta fatta con grano italiano messa a confronto con una pasta a base di grano straniero mostra una presenza di micotossine nettamente inferiore rispetto a quella estera.

Pasta italiana vs pasta stranieraAlberto Ritieni dell’Università di Napoli Federico II

Ma il problema non è solo la presenza delle micotossine, ma anche la definizione del limite entro il quale ne è ammessa la presenza nella pasta. Il limite legale di micotossine tollerato nella pasta, che ad oggi è di 750 mg per tonnellata, è un compromesso di informazioni sia scientifiche che di consumo relative alla popolazione europea. Questo valore tiene conto della popolazione media europea e non delle abitudini degli italiani, da sempre grandi consumatori di pasta. Questo limite, quindi, ‘non ha un peso equivalente per tutti i cittadini europei, ma per gli italiani probabilmente andrebbe rivisto in una funzione protettiva‘ sostiene il Prof. Ritieni.
L’altro grande pericolo è rappresentato dal glifosato che in Canada e negli Stati Uniti è abitualmente utilizzato nella coltivazione del grano che importiamo. I rischi per la salute li spiega molto bene Renata Alleva che non si sofferma sul dibattito legato alla cancerogenicità o meno del glifosato ma sul fatto che questa sostanza sia sospetta di essere soprattutto un interferente endocrino. Questo significa che il glifosato  interagisce in maniera subdola con gli ormoni soprattutto nella fase di sviluppo, l’età pre puberale, mandando in tilt il normale assetto ormonale. Questo effetto può scatenare una serie di patologie che vanno dall’obesità, al diabete, ai problemi tiroidei, fino al rischio di sviluppare tumori. Nei bambini esposti al glifosato in età molto precoce  si possono avere effetti sullo sviluppo neurologico e problemi di fertilità. Nel 2013 il Parlamento Europeo ha definito che per le sostanze a sospetta interferenza endocrina non è possibile definire una soglia, quindi non si può parlare di livelli di sicurezza, come quando si fa riferimento alla tossicità di alcune sostanze. Il glifosato invece intervenendo in maniera subdola non permette neanche di avere limiti di assunzione che ci possano rassicurare.

Glifosato: rischi per la salute dott.ssa Renata Allega, biochimico, dottore ISDE, medici per l’ambiente.

Si può parlare ancora di made in italy quando mangiamo pasta fatta in Italia con grani stranieri di dubbia qualità? Come facciamo a difenderci se, quando ci sono dei limiti definiti per le sostanze tossiche non sono adeguati alle abitudini di consumo degli italiani? ma, soprattutto, perché non sono mai definiti dei limiti per il consumo dei bambini che hanno un sistema immunitario immaturo ed hanno ancor più necessità di essere difesi?