A scuola il cibo si presta ad approcci didattici moderni che valorizzano l’interdisciplinarietà, genera esperienze di convivialità, abitua i bambini al confronto tra pari, suggerisce che le differenze culturali sono un arricchimento per tutti.  Così scrive Federica Buglioni, autrice di libri di cucina e alimentazione per genitori e bambini, ma soprattutto promotrice di una didattica moderna a scuola dove gli alimenti non vengano studiati solo per gli aspetti salutistici ma siano ‘una voce nel lungo elenco del potere trasformativo del buon cibo’Occorre tessere il cibo nella trama e nell’ordito della vita quotidiana dei bambini. Solo così si può uscire dall’equivoco moderno del cibo-farmaco, visto solo in funzione della sua azione più o meno salutistica sul corpo, per costruire invece l’idea del cibo-risorsa, capace di generare storia, cultura, relazioni, emozioni, salute, equilibrio ambientale.’

Prendiamo, per esempio, una materia come la geografia e proviamo a trasformarla in un’ opportunità per esplorare i mondi attraverso il cibo. Conoscere paesi e tradizioni culturali attraverso le abitudini alimentari e gastronomiche di un paese è come condividere un pezzetto della propria anima e farla assaporare ed apprezzare ai compagni. Con il cibo si superano barriere linguistiche offrendo il piacere del palato con un’esperienza universale, che unisce. Ci siamo imbattuti nell’esperienza di un’insegnante di Milano, Sara Casella, che da anni utilizza questa modalità d’insegnamento nelle sue classi delle scuole medie ottenendo dei risultati che vanno molto al di là della didattica. L’abbiamo intervistata per avere riscontro diretto di come si supera una lezione frontale di geografia con un’esperienza che lega il gusto e la cultura culinaria con la conoscenza di un paese straniero.  Un esempio di come si può cambiare il modo di insegnare utilizzando il cibo come strumento di conoscenza e di inclusione.

Da alcuni anni sperimento nelle mie classi in percorso di geografia interculturale che ho chiamato “il giro del mondo in un piatto”. Si può fare in tutti e tre gli anni, ma sicuramente l’anno in cui dà più soddisfazione è la terza media, quando il programma prevede lo studio dei paesi extraeuropei. Man mano che affrontiamo un continente chiedo agli alunni e alunne originari di quel Paese se hanno voglia di preparare una “lezione” in cui farci conoscere la loro nazione da tutti i punti di vista e con tutti i sensi, in particolare il gusto e l’olfatto, preparando, con l’aiuto delle mamme, i loro piatti tipici preferiti.

La proposta viene sempre accolta con entusiasmo, ed è commovente vedere con quanto orgoglio i ragazzi propongono alla classe le loro specialità. Solitamente il momento è un po’ delicato, i compagni spesso si mostrano, inizialmente, diffidenti e non assaggiano sempre volentieri pietanze che risultano lontane dai loro gusti. Ma regolarmente, una volta rotto il ghiaccio e superato il pregiudizio, le classi si scatenano e si abbuffano. I piatti sono sempre preparati con grande cura e attenzione, il piacere del gusto riempie di complimenti i fieri compagni. L’assaggio si presta a mille approfondimenti, si parla di alimentazione, di religione, di cultura. Si trovano somiglianze e differenze con le tradizioni nostrane e si scopre come la convivialità sia sempre una preziosa fucina di idee e scambio

I ragazzi “stranieri” sono sempre emozionati ed orgogliosi. Spesso ritrovo il racconto di questa esperienza nei temi, come quello di una ragazza egiziana, inserita in una classe particolarmente difficile e conflittuale, che ha sempre vissuto malissimo il suo essere “diversa”. Nel testo d’esame  ho ritrovato trascritta l’emozione dei quella ‘lezione’: “quel giorno, vedendo i miei compagni che invece di prendermi in giro perché sono egiziana mangiavano i nostri piatti, li apprezzavano davvero,  volevano i bis e mi facevano i complimenti, in quella occasione, per la prima volta, mi sono sentita davvero accolta nella classe”.

La scuola, soprattutto in Italia, ha una grande occasione per rimettere al centro il cibo a partire dalla didattica di tutti i giorni e non lasciare questa iniziativa unicamente all’intraprendenza di qualche audace insegnante o dirigente scolastica che sfida le regole che rendono tutto questo ‘illegale’. Abbiamo bisogno di una scuola aperta e moderna che riconosca nel cibo un veicolo di apprendimento interdisciplinare che avrà inevitabilmente effetti anche sul consumo del pasto in mensa, dove ci accorgeremo di avere meno avanzi, grazie ad un consumo più consapevole, si maturerà un maggiore rispetto verso i compagni stranieri e le loro diete etico-religiose, e si svilupperà una  nuova sensibilità verso il territorio come bene comune.