Verrà discusso in Cassazione il 20 febbraio il ricorso presentato dal Comune di Torino e Miur contro la sentenza della Corte d’Appello che ha sancito il diritto di scegliere tra la mensa e il pasto da casa. Un appuntamento che arriva dopo 2 anni e mezzo dalla sentenza  che ha cambiato la sorte del servizio di ristorazione scolastica e le dinamiche all’interno della scuola italiana.
Da giugno 2016 il risiko del pasto da casa ha conquistato tutti quei Comuni dove i genitori hanno chiesto il riconoscimento legale di questo diritto: “da Torino, Milano, Bologna, Genova, Roma, Potenza, Napoli, ma espressamente riconosciuto e tutelato anche dai Tribunali Amministrativi Regionali della Campania, del Lazio e della Liguria, oltre che dal Consiglio di Stato”, così l’avv. Giorgio Vecchione scrive sulla sua pagina Facebook caromensa Torino che è diventato il punto di riferimento per tutti coloro che sostengono questo diritto di opzione.

A settembre è arrivato il sigillo sulla legittima esercitabilità del diritto al ‘pasto da casa’  attraverso la Sentenza del Consiglio di Stato (Sentenza  n. 5156/18) che ha annullato la delibera del Comune di Benevento che voleva rendere il servizio di ristorazione scolastica obbligatorio. Si tratta di una sentenza ‘storica’ perché ha spostato il potere dei Comuni sulla ‘questione pasto da casa’ alla scuola: non è il Comune a decidere, ma spetta ai dirigenti scolastici ‘adottare le consequenziali cautele e precauzioni per consentire l’esercizio del diritto [scelta del pasto da casa]’.

La città di Torino è stata l’apripista di un ‘maldipancia’ sulla mensa che non è stato ancora risolto e che ha due ragioni di fondo: una tariffa troppo alta (€7.10), e una qualità che non soddisfa. Rispetto a due anni e mezzo fa non è cambiata molto la situazione a Torino, se non il costo pasto che è stato ancora abbassato nella gara d’appalto in occasione del il rinnovo del servizio di ristorazione scolastica (pur mantenendo la stessa tariffa all’utenza), costo da cui dipende anche la qualità delle materie prime che arrivano sulla tavola della mensa. La novità è che è cambiato l’Assessore che dovrà gestire questo tema, proprio poche settimane prima dell’appuntamento in Cassazione: un cambio di guardia che forse punta ad una pace sociale tra genitori e Amministrazione nell’affrontare una questione così spinosa, che vede, oggi, un ex dirigente scolastico Antonietta Di Martino prendere le redini dell’Assessorato all’Istruzione proprio a ridosso della sentenza della Corte di Cassazione.

La discussione della Cassazione è qualcosa che non riguarda solo Torino, ma tutta Italia: genitori, Amministrazioni e scuole. L’auspicio però è che questa sia veramente l’occasione per fare una profonda riflessione sulla questione mensa, intesa come una guerra tra genitori e istituzioni, ma che ha invece molte implicazioni sul Paese. La mensa ha a che fare con la salute pubblica, con le politiche sociali e con lo sviluppo del territorio.
La conflittualità sale ed entrambe le parti che si affrontano su questo tema usano la questione ‘sicurezza’ e ‘salute’ come argomento di difesa. Ma poi ci si accorge della fragilità della sicurezza in mensa quando ci si scontra con il recente caso di Chioggia, o il caso gravissimo di  Pescara (per citarne solo 2) dove lo scorso anno c’è stato un caso d’intossicazione che ha riguardato 500 bambini, 200 dei quali finiti in ospedale. Un Comune quello di Pescara, dove già in precedenza era arrivata la condanna della Corte dei Conti sul mancato controllo del Comune da parte di due dirigenti uno dei quali era “riuscito pure a spuntare l’assunzione a tempo indeterminato del figlio.

Se le ispezioni dei Nas trovano un terzo delle cucine ‘irregolari’ è naturale che i genitori cominciano a chiedersi se ci sia un sistema ‘marcio’ diffuso in tutta Italia intorno alle mense scolastiche: vincere la gara d’appalto a massimo ribasso e poi, in assenza o quasi di controlli, fornire un altro servizio più economico? Se è questo il rischio a cui sono esposti i bambini, il pasto da casa è l’unica soluzione?

Per fortuna ci sono altre realtà di cui si parla poco, dove la mensa invece è un’occasione per fare una vera politica di sviluppo del territorio e del benessere della comunità locale. Perché la mensa è una scelta politica dell’Amministrazione, su cui si gioca la competenza e la visione del Comune. Le realtà migliori sono proprio quelle dove si lega la mensa al territorio e la qualità del servizio di ristorazione scolastica diventa interesse della comunità locale. Succede a Trento, Bolzano, Cremona, Piacenza, Perugia, Sesto Fiorentino, che da anni, privilegiano i prodotti a filiera corta, in alcuni casi cortissima (Caggiano in provincia di Salerno) . Così come fa l’Abruzzo che ha sfruttato il volano dei fondi europei per finanziare la fornitura di pesce locale per le mense scolastiche del territorio (copiando l’iniziativa di Pappa-Fish della Regione Marche) con un triplice risultato: sostenere l’economia locale, educare al gusto e puntare alla salute dei bambini.

Un altro esempio è Bergamo, dove la presenza significativa dei prodotti biologici locali nei menu scolastici è importante tanto quanto il modello di sostenibilità attuato dal Comune che ha saputo mettere insieme qualità, inclusione, professionalità ed economia costruendo, grazie al sistema mensa, un nuovo welfare nel territorio.

Eppure sono ancora troppo poche le best practice di cui si riesce a parlare rispetto ai casi di corruzione, frode e cibo scaduto in mensa, che riempiono i giornali in relazione alla mensa. E’ quello che spaventa di più i genitori è perdere il controllo sulla qualità del pasto a scuola. In campo c’è la salute dei propri figli, ma anche la percezione della scuola da parte delle famiglie, e non dimentichiamoci, dei bambini. Le famiglie che scelgono il pasto da casa lo fanno come ultima spiaggia, dopo aver lottato per una mensa migliore e più accessibile e non esserci riusciti. Scelta che ha messo in grande difficoltà i dirigenti schiacciati tra le pressioni legali delle famiglie del ‘pasto da casa’ e le disposizioni dei Comuni per evitare ‘contaminazioni’. La conseguenza spesso è isolare i bambini che non usufruiscono della mensa, con una ricaduta psicologica ed emotiva, come ci ha detto la dott.ssa Marina Bertolotti, psicologa, Responsabile di Psicologia Clinica Area Pediatrica, presso AOU Città della Salute e della Scienza di Torino che sostiene che “ci sarà una fantasia sulla mensa cattiva della scuola e il cibo buono della famiglia e questo può alimentare le conflittualità, ma anche la percezione della ‘scuola’ come fonte di ‘cattivo nutrimento’. Poi bisogna chiedersi perché si è arrivati a questo punto.

La Corte di Cassazione avrà l’occasione di fare una riflessione importante su questo tema e l’auspicio è che questa sentenza possa incidere nel ripensare la questione mensa con tutte le sue implicazioni che essa ha sulla politica nel nostro Paese, mettendo al centro i bambini, la comunità e la scuola e ristabilendo regole e ruoli affinché la mensa torni ad essere un’opportunità e non un’occasione di conflitto. Non la mensa da cui dobbiamo difendere i nostri figli, ma la mensa che tutti vorremmo.