Il 16 ottobre è la giornata mondiale dell’alimentazione. E’ l’occasione per parlare delle diverse prospettive che hanno a che fare con il cibo. I dati sull’alimentazione ci restituiscono un panorama sconfortante: in Italia 1,2 milioni di bambini e adolescenti vivono in condizioni di assoluta povertà e il 3,9% dei bambini non consuma neppure un pasto proteico adeguato al giorno, percentuale che al Sud e nelle Isole sale al 6,2%. Dati che contrastano con le percentuali in crescita sull’obesità infantile. Secondo il nuovo rapporto dell’Unicef, “La condizione dell’infanzia nel mondo 2019: bambini, cibo e nutrizione – Crescere sani in un mondo in trasformazione”, la percentuale di bambini in sovrappeso in Italia è del 36,8%, con un aumento del 39,1% rispetto al 1990.

Se guardiamo alla mensa le contraddizioni lievitano: più di 1 bambino su 2, non ha la possibilità di accedere al servizio mensa in Italia; distanza che sale Sud, dove gli alunni che non usufruiscono della refezione scolastica salgono all’81% in Sicilia, 80% in Molise e 74% in Puglia. Disomogeneità e contraddizioni si possono leggere nella qualità dei pasti della ristorazione scolastica come nelle relative tariffe. Il nostro rating dei menu scolastici evidenzia poche realtà virtuose nella top ten della classifica in contrasto con una maggioranza di menu mediocri nel resto del Paese. Così come le tariffe che vanno da un minimo di € 1.50 ad un massimo di € 9.00.

Se guardiamo al cibo che buttiamo c’è una coerenza tra i dati mondiali che parlano di un terzo del cibo che si perde in tutta la catena alimentare e gli scarti in mensa che sono calcolati intorno al 29,5%. Si tratta di 120 grammi di cibo per ogni studente a fronte di pasti che offrono circa 534 grammi di cibo pro capite secondo i dati del progetto Reduce.

Il cibo o è troppo e di bassa qualità o è troppo poco o viene buttato.
Se ci confrontiamo con i Paesi dove queste contraddizioni sono mitigate ci accorgiamo che, ancora una volta, la differenza la fa la cultura di chi Amministra e dei cittadini.

E’ il caso del Giappone dove l’obesità infantile è la più bassa al mondo e dove la mensa integra tradizione, salute e cultura. Il modello della scuola nipponica è disciplinato da leggi, lo School Lunch Act del 1954 a cui si è aggiunta una norma nel 2005 (Shokuiku, l’educazione al cibo e alla nutrizione) che le ha introdotto l’educazione alimentare a scuola e in mensa. La mensa è a tutti gli effetti un pezzo della didattica quotidiana, ha le cucine interne e ha un processo di gestione che si lega alla scuola, al territorio e alla competenza del corpo insegnante. Cibo, educazione e cultura attingono dalle tradizioni del passato e si legano al territorio e ad una prospettiva di salute. ‘Hara Hachi Bun Me’ è un insegnamento tratto dal confucianesimo che si traduce con mangia finché non sarai sazio all’80%: un detto diffuso nella cultura popolare nipponica che insegna a non eccedere nelle porzioni. Questo insegnamento è parte della cultura popolare che viene interpretata in mensa dai bambini che servono le porzioni ai compagni ciascuno dei quali sa che è tenuto a non lasciare scarti nel piatto. Una mensa, quella giapponese, che fa riflettere su come dovremmo ripensare alla ristorazione scolastica in Italia a partire dalla cultura che abbiamo dimenticato e che risiede nel valore della dieta Mediterranea. Un’occasione, quella della giornata mondiale dell’alimentazione, per rimettere al centro il tema della mensa scolastica in Italia per riformarla intorno a dei cardini che devono tenere conto di aspetti imprescindibili quali: l’accessibilità, l’educazione, la salute, la sostenibilità (ambientale e sociale), il gusto, la partecipazione, la competenza.

La mensa è una questione che riguarda tutti, la famiglia, la scuola, il tessuto produttivo del Paese, gli Amministratori e tocca tutti gli ambiti della nostra vita: la salute, l’educazione, l’ambiente, l’economia. Merita quindi che la politica riprenda in mano questo elemento essenziale e metta in campo competenze e coraggio per adottare modelli virtuosi di mense scolastiche che rimettano al centro la cucina e la formazione dei cuochi, si leghino al territorio e al tessuto sociale per modellarlo a vantaggio di tutti.