L’ASL di Brescia è la prima realtà istituzionale che ha dato l’ok alla possibilità di portare il pasto da caschiscettasa e consumarlo a scuola. Ci chiediamo cosa rappresenti questa novità, se un passo indietro o, in alcuni casi, un’opportunità. Vogliamo dare voce ad un papà dell’Osservatorio Mense di Bologna, Giulio Mannino, che su questo argomento ci ha dato un contributo che condividiamo con voi.

Dal mio punto di vista, il pasto da casa può essere solo uno strumento di lotta o rivendicazione e non una vera soluzione. Come tale, infatti, sono convinto che rappresenti soprattutto una sconfitta, sotto molti punti di vista. Personalmente ritengo che la mensa scolastica sia una importante conquista sociale e andrebbe difesa con tutte le forze. Ogni bambino ha il diritto ad un pasto di qualità, senza distinzioni sociali. Se a garantirlo non sono più le Istituzioni, ma le famiglie, sappiamo bene che, anche in questo ambito, si rispecchieranno le stesse disuguaglianze e differenze di classe, che già prevalgono altrove. Le scuole invece dovrebbero restare luoghi protetti in cui l’educazione all’uguaglianza e il diritto alle pari opportunità, passano anche attraverso il momento del pasto. Sono ingredienti invisibili ma riempiono quotidianamente anch’essi il piatto dei nostri figli. Credo vi sia anche questo in ciò a cui si rinuncia quando il problema collettivo della qualità della mensa scolastica trova, come estrema soluzione, una risposta individuale.

Personalmente, sono sempre più convinto che, da un decennio a questa parte, sotto la pressione dei potentati economici delle grandi aziende di ristorazione collettiva, si sia trasformata l’incapacità delle strutture pubbliche e le scarse risorse di cui dispongono, nelle premesse tristemente “ideali” per generare nuovi mercati e opportunità economiche. Con tutti i limiti delle semplificazioni: ciò che non è più sostenibile (parola ad altissimo contenuto di ambiguità) per il pubblico, ad un certo punto diventa prerogativa e opportunità per il privato: diventa cioè mercato. Quel preciso momento è il punto di origine di un conflitto insanabile tra obiettivi divergenti: la miglior qualità possibile per l’alimentazione dei bambini e il miglior profitto d’impresa per le aziende di ristorazione. Le politiche aziendali però sono cosa ben diversa dalle politiche sociali…
Credo che i genitori stiano prendendo sempre più consapevolezza che questa tendenza crescente al disimpegno da parte delle amministrazioni comunali in favore di questi grandi soggetti economici, produce una mutazione profonda nel ruolo dei propri bambini e delle loro famiglie a scuola. Lo status di cittadino cede, pericolosamente, altre quote a quello di consumatore. Ciò che credo emerga diffusamente e in modo crescente tra i genitori, è la percezione della necessità e urgenza di porre degli argini a questa deriva. La costituzione diffusa delle Commissioni Mensa, le rivendicazioni di buoni capitolati, trasparenza delle informazioni e tariffe eque accessibili a tutti, nonchè le mobilitazioni, petizioni e ricorsi sono tutti espressione di una volontà comune e diffusa tra i genitori di intervento diretto sulle “regole del gioco”. Sono esempi di partecipazione consapevole, responsabile e organizzata. Sono le premesse necessarie per attivare il cambiamento, forse le uniche. Di certo nessuna di queste ha origine da una risposta solo individuale
.


Giulio Mannino
Osservatorio Mense Bologna