packet_lunchIl Ministero riconosce con una nota del 3 marzo che il pasto da casa deve essere garantito e non negatoassicurando la tutela delle condizioni igienico-sanitarie e il diritto alla salute”. Come precisa l’Avv. Cinzia Olivieri nell’articolo apparso su Edscuola.eu con questa nota viene riconosciuto il diritto di poter scegliere per i propri figli tra la refezione scolastica e il pasto preparato a casa partendo dal presupposto che il “tempo mensa” sia un momento educativo unico ed identico a prescindere da tale scelta, giacché non può implicare l’adesione obbligatoria ad un servizio a pagamento. Dunque chi consuma il pasto da casa o quello erogato dal servizio lo fa utilizzando lo stesso tempo mensa”

Quindi in attesa della pronuncia della Cassazione, a seguito del ricorso fatto dal Miur alla famosa sentenza di Torino, le istituzioni scolastiche dovranno trovare delle soluzioni idonee per garantire la fruizione del pasto da casa, in attesa che vengano definite delle linee di condotta uniformi a livello nazionale che definiscano un modello organizzativo compatibile con le diverse realtà.

Nei Comuni dove la mensa non è di qualità e/o ad un costo inaccessibile a molte famiglie il rischio è che dal prossimo anno ci sia una buona fetta di utenza che abbandoni il servizio di refezione scolastica a favore del pasto da casa.
La mensa è ad un punto critico: o migliora ad un costo equo o perderà ‘clienti’. Il che non sarà un fatto che riguarderà solo le famiglie, ma anche il sistema economico con un impatto sul lavoro impiegato all’interno della ristorazione scolastica.

Questa nota del Ministero rappresenta un punto di rottura di un equilibrio che si è retto per parecchio  tempo che, però, negli ultimi 7, 8 anni, dava segni di cedimento con un progressivo aumento delle proteste dei genitori per qualità scadente dei cibi e aumenti indiscriminati.
La progressiva esternalizzazione del servizio di ristorazione scolastica in questo ultimo decennio ha progressivamente cancellato le cucine e, con essa, la capacità di cucinare, per produrre centri di assemblaggio di cibi semilavorati da trasportare nelle varie scuole. L’efficienza del processo di produzione dei piatti è diventato il driver nella scelta dei menu basati su piatti facili, a basso costo, riducendo il tempo di elaborazione dei piatti, e, con esso, il costo del personale, che è quello che pesa di più sui bilanci. Aggiungiamo un’assenza colpevole di un sistema di controllo efficace del servizio che ha lasciato mano libera alle varie frodi, rilevate dai NAS nella loro indagine dello scorso anno, e la fiducia in questo servizio si è progressivamente ridotta. In quelle realtà che hanno lavorato per fare profitti, senza un sistema di controllo chiaro e efficace, la fiducia è scela al lumicino. Non è così invece in quei Comuni dove le Amministrazioni hanno riconosciuto valore al servizio, si sono preservate le cucine, i piatti conservano un processo di elaborazione tradizionale, e il committente ingaggia un sistema di controllo indipendente e funzionale nei confronti del fornitore. Sono Comuni che si fanno vanto di una food policy che parte dalla mensa scolastica di qualità.

La perdita di fiducia ha già mietuto la prima vittima: Benevento, chiusa dal sindaco pochi giorni prima dalla fine dell’appalto. Dei 2.200 utenti mensa originari ne erano rimasti 150 circa. A Benevento si discute (venerdì pomeriggio 17 marzo ore 17.00 in Comune) degli errori e dei disagi nati intorno alla mensa scolastica insieme ai genitori, associazioni e Amministratori e ci si chiede se sarà possibile ricostruire un nuovo modello di mensa. Un’occasione importante per capire dagli errori e ripensare ad un servizio nuovo che nasca su altri presupposti. Sarà possibile una nuova mensa a Benevento?

Quale panorama si presenterà dopo questo punto di rottura? Le ipotesi sono diverse.
Quelle realtà che hanno lavorato bene continueranno a farlo e manterranno i propri ‘clienti fidelizzati’, cioè bambini che apprezzano il gusto dei piatti e genitori che riconoscono qualità dei menu ad un prezzo accessibile (Cremona, Trento, Mantova, ecc.); quei Comuni che hanno una mensa mediocre, ma ad un costo ancora accessibile registreranno, probabilmente, una perdita di utenza che, però, potrebbe rientrare a fronte di un netto miglioramento del servizio; quelle realtà che hanno un costo troppo alto e un servizio mediocre saranno coloro che dovranno rivedere sia i costi che la qualità e rischiano di perdere una buona fetta di utenza, o, forse, l’hanno già persa, come è il caso di Torino. Questo Comune, però, ha già messo in campo energie per riprogettare una ‘mensa fresca’ dichiarando di voler riaprire le cucine sul territorio, un netto cambio di passo che sarà interessante monitorare.

Purtroppo siamo arrivati a questo punto perché la politica non ha saputo ascoltare il disagio dei genitori di questi anni. Un disappunto che si poteva ben leggere negli ‘scioperi del panino’, nelle numerose pagine facebook aperte sull’onda delle proteste e nelle iniziative legali intraprese dai genitori contro i gestori del servizio mensa per inadempienze contrattuali. Questo punto di rottura a cui siamo arrivati ne è la conseguenza.
Ci saranno delle altre Benevento? I Comuni sapranno reagire e in fretta per recuperare in qualità e sostenibilità dei costi? O preferiranno abbandonare il servizio e lasciare che ogni scuola si organizzi autonomamente?
In questi momenti di passaggio aiuta pensare all’evoluzione dei tempi e ai processi di cambiamento: “Non è la specie più intelligente a sopravvivere e nemmeno quella più forte. E’ quella più predisposta ai cambiamenti”. (Darwin)