Claudia Pratelli, Assessora alla Scuola Formazione e Lavoro della giunta Gualtieri a Roma, è intervenuta il 5 maggio all’evento Ristorazione bellezza di cui riportiamo il suo intervento che risponde alla domanda del Prof. Fiorino Iantorno, Direttore del Centro Santa Caterina Lab dell’Università di Siena: com’è cambiata, con il nuovo capitolato, la mensa scolastica di Roma? 

Claudia Pratelli – ‘Permettetemi due brevissime premesse: la prima è un ringraziamento per questo invito. Io mi sento particolarmente a casa in questo confronto con voi perché il mio legame con la mia città natale, Siena, è fortissimo. La seconda è un ringraziamento, non retorico, per il lavoro che state facendo anche con questa iniziativa che è utile per la nostra città e anche fuori dai confini del territorio regionale. 

Prendendo un po’ le mosse da quello che la sindaca (Roberta Casini) diceva prima di me, sul senso e il significato della ristorazione scolastica, condivido con voi un aspetto che nella mia formazione è stato molto rilevante: i racconti delle maestre su quando le mense vennero introdotte a scuola. Le maestre raccontano come l’inserimento  della mensa, e quindi l’aumentare dell’orario scolastico, ha contribuito a costruire una piccola comunità e a passare dall’insegnamento all’educazione. Quando le maestre hanno iniziato a sedersi a tavola con i bambini e le bambine c’è stato un cambiamento culturale straordinario dal punto di vista del modello educativo e della relazione all’interno della scuola. Questo è successo perché a scuola il pasto comune ha un alto valore socializzante: si mangia tutti la stessa cosa, si mangia insieme e accompagnati da un adulto o un’adulta, cioè si costruisce un percorso che che ha a che fare con la costruzione di comunità, con la qualità della relazione e quindi con il processo educativo.

Per i bambini e per le bambine che accedono per la prima volta a mensa la ristorazione scolastica rappresenta un grande cambiamento delle consuetudini alimentari: prima la sindaca sottolineava come questo fosse un tema gigantesco nel rapporto tra istituzioni e cittadini, perché il primo livello di questo rapporto avviene proprio tra la scuola e le famiglie e tra i piccoli e i piccolissimi. Spesso sul cibo ci sono motivi di contese tra la scuola e le famiglie perché queste ultime chiedono dei pasti che siano graditi ai bambini, come la pasta al pomodoro e le patatine fritte. Educare al differenziare, all’esplorare sapori nuovi, al mangiare cose diverse, alla qualità e alla complessità del cibo non è affatto scontato. Questo significa promuovere una cultura del cibo e veicolare i principi di salute alimentare. Significa anche fare un altro esercizio: educare i bambini e le bambine, ma avere l’ambizione di agire direttamente sulle famiglie. Questo lo stiamo vedendo con il lavoro che stiamo facendo adesso a Roma, attraverso l’educazione dei bambini e anche dalla dialettica con i genitori rispetto a cosa si mette nel piatto dei bimbi e delle bimbe. In questo modo si può lavorare anche per retroagire sulla cultura alimentare del cibo all’interno delle famiglie. L’educazione alimentare non è mai semplice, però è una grande opportunità. 

Condivido alcuni dati per riflettere sulla responsabilità che ha la scuola in termini di garanzia del diritto al cibo. Dai nostri dati, relativi al Comune di Roma, i bambini che usufruiscono del servizio mensa sono 109.000, di questi circa il 12% sono esenti per reddito e sono quindi in condizioni di povertà. Nel Lazio la percentuale di minori in condizione di povertà alimentare è del 9,3%, la percentuale di bambini che non consuma un pasto proteico al giorno è quasi del 5%, il che vuol dire che a Roma sono circa 6000 bambini che consumano a scuola l’unico pasto proteico della giornata. La scuola è l’unico luogo in cui si garantisce il cibo, che è un cibo di qualità.

I pasti che si servono a scuola sono circa 139 mila al giorno per i bambini, il personale docente e il personale che fa l’assistenza. Il costo della refezione scolastica a Roma per un anno è di 710 milioni di euro. Questi numeri e questi costi hanno un impatto sulle persone che abitano in questa città e anche sull’intera filiera agroalimentare romana e italiana, molto significativo.

Roma è stata un po’ un modello per la refezione scolastica per la qualità del cibo e noi proviamo a continuare in quella direzione, forti di questi numeri. 

La prima novità dell’ultimo bando 2022-26 che abbiamo aggiudicato appena ci siamo insediati non è un bando al ribasso. Abbiamo fatto una gara che rispetta il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, ma nella logica della preponderanza del solo elemento qualitativo prevedendo un costo fisso. Questa è un’innovazione amministrativa molto importante, perché noi abbiamo lavorato sull’offerta tecnica e sulla qualità e non abbiamo consentito di aggiudicare un servizio al ribasso. Abbiamo fatto un lavoro sulla qualità delle derrate con i prodotti locali mettendo un vincolo, cioè l’utilizzo di derrate prodotte, trasformate e confezionate entro un raggio di, al massimo, 300 km in linea d’aria dal Campidoglio con un trasporto che per almeno il 50% deve avvenire con mezzi a basso impatto. Abbiamo fatto delle scelte in relazione al biologico con prodotti che abbiano un minore rischio tossicologico. Abbiamo introdotto prodotti a marchio Dop e IGP in più rispetto a quelli obbligatori. Abbiamo introdotto menù sociali, che prevedono l’utilizzo di prodotti alimentari che vengono da aziende che praticano l’agricoltura sociale; menù solidali da parte di aziende che vengono dalle zone terremotate del centro Italia. Abbiamo fatto un lavoro sulla sostenibilità continuando nell’utilizzo delle stoviglie dei piatti in coccio e nella riduzione degli imballaggi. Queste sono le caratteristiche fondamentali del nostro bando.

Adesso vogliamo seguire una serie di linee strategiche: costruire dentro il ‘Consiglio del cibo’, che abbiamo appena istituito a Roma per costruire una Food Policy della capitale, un’interazione sempre più stretta che ci consenta, progressivamente, di implementare la qualità di questa iniziativa, della nostra refezione scolastica. In seconda battuta vogliamo fare un grosso lavoro rispetto alla lotta agli sprechi che noi riteniamo debba essere fatta a monte più che a valle. Infine, intendiamo lavorare molto sulla comunicazione scuola-famiglia perché è attraverso questa relazione che si può promuovere educazione alimentare e cultura del cibo. Grazie