Il 2 luglio alle ore 10.00 è prevista l’udienza pubblica della Cassazione che è chiamata ad esprimersi sul pasto da casa. Entro 60 giorni le Sezioni Unite della Cassazione emetteranno una sentenza che avrà valore di legge che chiarirà in via definitiva la possibilità per le famiglie di poter scegliere tra le mensa e il pasto da casa. Quindi il prossimo anno scolastico si aprirà con qualche certezza in più sulla modalità del consumo del pranzo a scuola.

La questione del pasto da casa risale al 2013 e ha origine da un gruppo di genitori (28) di Torino guidati dall’avvocato Giorgio Vecchione che rivendicavano il diritto di portare il pasto da casa a fronte di un servizio mensa molto oneroso, oltre che, a detta delle famiglie, di dubbia qualità. La prima sentenza storica a favore del pasto da casa risale al 21 giugno 2016 quando i genitori di Torino vincono in Appello ottenendo riconosciuto il diritto di poter scegliere tra la refezione scolastica ed il pasto da casa da consumarsi all’interno della scuola e nell’orario destinato alla refezione.

Attraverso questa sentenza la Corte di Appello ha rimarcato il fatto per cui il servizio di refezione scolastica previsto dal D.M. 31 dicembre 1983, è un servizio locale a domanda individuale, facoltativo per l’utente, che non può mai diventare obbligatorio e, quindi, non  essendo ipotizzabile il digiuno degli studenti, occorre rinvenire una soluzione. Si è trattato di una prima sentenza il cui effetto sembrava circoscritto a Torino ma, di fatto, gli effetti si sono estesi in altre città d’Italia.





Il 3 settembre 2018 altra sentenza storica del Consiglio di Stato (Sentenza  n. 5156/18) che annulla la delibera del Comune di Benevento che voleva rendere obbligatorio per tutti gli alunni delle scuole materne ed elementari il servizio di ristorazione scolastica. Una sentenza che ha messo il sigillo sulla legittimità del diritto al ‘pasto da casa’ in alternativa al servizio di refezione scolastica comunale, introducendo un elemento nuovo: l’incompetenza assoluta del Comune. Sentenza che, di fatto, ha spostato la ‘palla’ ai Dirigenti scolastici che si sono dovuti organizzare per disciplinare la coesistenza di modelli diversi di consumo del pasto in mensa. Dallo scorso settembre la conflittualità si è giocata non più tra Comuni e famiglie, ma tra le direzioni scolastiche e i genitori sulla modalità del consumo del pasto alternativo alla mensa che si è sempre risolta con l’ordinanza dei giudici che hanno imposto l’apertura dei refettori anche ai bambini con il pasto da casa.

La diffusione del pasto da casa in Italia è diventato un indicatore della conflittualità tra le Amministrazioni e la cittadinanza. Là dove c’è un dialogo e un rapporto saldo tra chi amministra la food policy e le famiglie  la mensa continua ad avere un ruolo importante e non viene messa in discussione. Questo avviene per esempio nelle Marche (a parte Civitanova Marche) dove si è lavorato molto sulla qualità dei menu in collaborazione con l’ASUR, sull’educazione alimentare di cui il progetto Pappa-fish ne è un esempio, ma anche sul territorio trasformando la refezione scolastica in una opportunità di sviluppo sociale ed economico. E’ così anche nel nord est dove realtà come Bolzano, Trento, Trieste da anni hanno sviluppato una mensa radicata sul territorio che punta al biologico e alla salute. Mentre dove questo dialogo, per qualche motivo, si è rotto e con esso anche il rapporto di fiducia, la mensa perde.  La relazione rimane la chiave per alimentare la mensa. Dove restano le cucine nelle scuole rimane anche il rapporto  tra i cuochi e i bambini, così come rimangono gli odori e la percezione del tempo necessario per la cura dei piatti. Il cuoco e la cucina sono i garanti della qualità dei cibi agli occhi dei bambini; dove si è scelto di eliminare questo rapporto stretto tra chi prepara i piatti e chi li consuma il cibo ha perso di valore e di garanzie. L’ idea di mensa industriale su cui si sta investendo perché porta efficienze e profitto ha generato, in molte realtà, una rottura nei rapporti da cui, a nostro avviso, sono scaturiti i conflitti. Recuperare il valore della mensa sarà possibile solo se si recupera il rapporto tra tre elementi essenziali: cucina, scuola e territorio. Tre fattori chiave per ricostruire la comunità che gli sta attorno che attinge e restituisce valore al territorio. Un’idea antica, ma innovativa, che da qualche parte esiste e resiste.